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Relazione del Segretario Generale della CSS
Giacomo Meloni


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La scuola di Berlinguer dovrebbe portare gli attuali Istituti Scolastici da 500 a 388 e questo è una vera e propria fuga dallo Stato dai nostri Paesi. Se il dato della chiusura delle scuole si somma al dato della possibile chiusura in Sardegna di 174 sportelli postali, allora si ha la misura e la dimensione del fenomeno. Nel 4° Congresso Nazionale dei Postelegrafonici della CSS-PT, svoltosi a Cagliari il 7 Dicembre '98 si è elevata durissima la protesta della categoria per la politica di rinuncia e di tagli che la nuova società Poste Italiane s.p.a. intende operare in Sardegna. Dal 1994 ad oggi la pianta organica delle poste in Sardegna è stata diminuita di 900 posti. Dal 31/12/98 verranno chiuse tutte le agenzie di Coordinamento e il ruolo della sede Regionale verrà ridotto drasticamente con il trasferimento dello stesso titolare e la nascita di una struttura di semplice coordinamento, presieduta da un Direttore regionale senza poteri gestionali. L'abolizione della Struttura di sede e la creazione di una mini struttura, facente capo al Direttore regionale, muta sostanzialmente la rappresentanza politica delle Poste nella regione. Infatti la nuova figura di Direttore Regionale non è titolare di poteri autonomi che consentano di organizzare il lavoro nel territorio a seconda delle diverse specificità. La CSS condivide e fa propria la posizione del nostro sindacato dei Postelegrafonici che respinge questa scelta della Poste Italiane e vuole battersi "in tutte le sedi aziendali, politiche, e istituzionali perché in Sardegna continui ad esserci una direzione regionale vera, con poteri reali sul territorio e sull'organizzazione delle strutture, dei servizi e del lavoro". Le filiale delle Poste, già presenti in tutte le Provincie italiane passeranno dalle attuali 99 a 139, ma alla Sardegna non è stata attribuita nessuna nuova filiale; mentre Catania e Messina hanno avuto ciascuna due Filiali così come Locri e Castrovillari; mentre Cagliari non ha avuto riconosciuta la Filiale metropolitana che avrebbe consentito la nascita di un'altra Filiale nella Provincia ed è stata negata alla città di Olbia la possibilità della Filiale neppure in previsione della possibile nascita della nuova Provincia né in considerazione del grande sviluppo turistico della zona e l'enorme estensione territoriale della provincia di Sassari. Questa è un miopia aziendale, ma anche totale assenza e disattenzione della Regione Sarda, dei Parlamentari Sardi e dei Partiti e Forze politiche che rappresentano la Sardegna. La situazione della Sanità in Sardegna, per quanto numerosi e vecchi problemi siano stati risolti e razionalizzati anche sulla spinta e l'impegno dell'attuale Assessore Regionale On. Paolo Fadda , deve superare il modello ospedalocentrico e orientarsi più decisamente verso il territorio. Questa impostazione fa, ormai, parte della cultura del cittadino che ha sempre un maggiore interesse verso la salute. I bisogni sanitari sono cambiati in seguito ad un aumento delle patologie croniche degenerative, a un ridotto bisogno sanitario per malattie infettive e all'avvento dell'endoscopia curativa; fattori che ci impongono di rivedere il vecchio schema di ospedale e disegnare un nuovo modello che potrebbe assomigliare a quello delle Home Cure americane. Ospedali dalle strutture imponenti , come quelli del Brotzu a Cagliari e del San Francesco di Nuoro, non rispondono ad indicatori di qualità in rapporto alla struttura, processo e risultato. Le Aziende Sanitarie Locali devono perseguire l'organizzazione dipartimentale soprattutto nell'operatività, collegando meglio l'ospedale al territorio. Vanno individuati i responsabili e i relativi livelli organizzativi con un'ottica che ricerca non solo l'efficienza, ma la qualità, partendo dall'analisi dei bisogni dei cittadini. Il territorio và pensato come luogo privilegiato per prevenire, curare e riabilitare il paziente-cliente. Dobbiamo riconoscere che ultimamente vi sono stati segnali interessanti soprattutto nel campo della prevenzione, come il monitoraggi delle acque, i punti di guardia medica costiera nella stagione estiva, i progetti obiettivo sull'assistenza domiciliare e una maggiore attenzione verso il settore della psichiatria con il superamento e la chiusura dei manicomi e l'istituzione delle case-famiglia. Rimane irrisolto il problema dell'assistenza domiciliare integrativa e l'ospedalizzazione a domicilio.

SA NOSTRA IDENTITADE "Identità e nazione sono facce della stessa medaglia. L'identità nazionale presuppone non la nozione generica di un popolo, ma quella più incisiva e strutturale di nazione, fondata su lingua, territorio e storia. Presuppone una dimensione etnica ed etica così forte da superare tante culture ed ideologie, quella totalitaria in primo luogo del fascismo e del comunismo". Facciamo propria questa affermazione di Pasquale Zucca che ha svolto questo tema nella sua relazione al 1° Congresso territoriale della CSS di Nuoro il 29/11/98 e partiamo da qui. Questo nostro Congresso Nazionale, del resto, è una sintesi del percorso che in questi quattro anni - dal 3° congresso Nazionale del 2-3-4- Dicembre 1994 ad oggi - abbiamo fatto e soprattutto è una sintesi dei Convegni Nazionali e dei Congressi territoriali e di categoria che abbiamo svolto in quest'ultimo periodo. Non meravigliatevi, dunque, cari delegati, se ritroverete in questa relazione molti passi e concetti espressi nei dibattiti e nei vostri congressi intermedi. E' anche questa democrazia e crescita. L'identità nazionale postula per la Sardegna, intesa come nazione proibita dalla lingua tagliata, innanzitutto l'identità culturale della nazione sarda come sintesi di natura e cultura, come armonia dei sardi con la loro terra. Questa identità culturale comincia oggi ad essere difesa dalla Legge Regionale n°26 del 15 Ottobre 1997, entrata in vigore il 1 Gennaio 1998 sulla "Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna". Tuttavia questa legge - sulla quale vogliamo ricordare che come la CSS abbiamo fatto un grande convegno di grande risonanza e spessore culturale a Nuoro nel Salone dell'Istituto Etnografico il 4 Aprile 1998 avendo come tema "la Lingua come affermazione di identità e strumento di sviluppo" - per quanto importante per lo sviluppo e la maturazione di una coscienza nazionale sarda, è priva di ogni riferimento ai valori dell'autogoverno, fondamentali per l'esercizio delle libertà civili e dei diritti storici e per la creazione, con il libero sviluppo della cultura, di nuove forme artistiche, letterarie e filosofiche in grado di reggere il confronto con le culture del globo e con tutti i saperi. Una Legge, quindi, un po' zoppa nei principi e priva anche di strumenti e di mezzi adeguati e, pur tuttavia, da sfruttare senza che essa venga lasciata in mano a consorterie o club culturali che ne assorbono in gran parte i finanziamenti che sarebbe bene andassero invece verso prodotti didattici per la scuola ed i giovani che abbiamo fortemente necessità di recuperare ai valori culturali e linguistici della nostra sardità. Noi sardi dobbiamo colmare rapidamente questo deficit di cultura e soprattutto dobbiamo riempire il vuoto storico che ci divide dalle nuove generazioni, se non le vogliamo vedere crescere contro e comunque estranee alla nostra cultura. Riappropriarsi dei valori dell'autogoverno oggi significa discutere a fondo sulla sovranità, tenendo conto delle esperienze storiche del mondo moderno, dove le esperienze di indipendenza sono state tutte bloccate e negate dove l'interdipendenza economica-politica e finanziaria lasciano pochi spazi a progetti che affondano le loro origini in altre culture e scenari mondiali. Siamo d'accordo con Gianfranco Pintore che in un recente suo scritto su "Sardegna: questioni di sovranità e forme Istituzionali" fa osservare:" in pochi hanno colto fino in fondo il senso di quanto è successo la scorsa Pasqua in Ulster con gli accordi di Belfast. L'Irlanda del Nord non è più rivendicata come regione propria né da Dublino né da Londra. Non è dichiarata indipendente e forse non lo sarà mai, almeno nel senso che alla parola viene comunemente dato. E' stata, però, messa in condizione di essere sovrana:" …" "su una linea analoga si sono recentemente posti sia Herri Batusuna e ETA, sia i nazionalisti e i comunisti baschi. Ed anche parte del movimento nazionalista corso considera superata storicamente la questione della indipendenza a favore della sovranità". Gran parte dei soggetti citati non getta affatto alle ortiche l'indipendenza che, ovviamente, resta ciò che è: diritto inalienabile di un popolo, garantito da trattati, patti e accordi internazionali, che può essere esercitato o può non esserlo a seconda delle convenzioni storiche.

E' stata, però, messa in condizione di essere sovrana:" …" "su una linea analoga si sono recentemente posti sia Herri Batusuna e ETA, sia i nazionalisti e i comunisti baschi. Ed anche parte del movimento nazionalista corso considera superata storicamente la questione della indipendenza a favore della sovranità". Gran parte dei soggetti citati non getta affatto alle ortiche l'indipendenza che, ovviamente, resta ciò che è: diritto inalienabile di un popolo, garantito da trattati, patti e accordi internazionali, che può essere esercitato o può non esserlo a seconda delle convenzioni storiche. E che, soprattutto, quasi mai è riconosciuto ai propri popoli degli Stati Unitari, persino da quelli che si dichiarano esplicitamente pluri-nazionali, come le tragiche vicende di questi mesi stanno a dimostrarlo nel Kossovo. "La sovranità - conclude Pintore - è, se così' si può dire, il massimo oggi ottenibile pacificamente in quanto a poteri autonomi. E', allo stesso tempo, una precondizione a un qualsiasi foedus e non una conseguenza di esso, come purtroppo sembrano credere i più". Ma in Sardegna e, per noi sardi, prima di parlare di sovranità, occorrere superare il pessimismo storico e politico insito nella definizione di "Nazione abortita" di Bellieni e di "Nazione fallita" di Lussu e, con loro, di quanti, ingannati da utopie e dai miti dominanti totalitari hanno negato l'esistenza della lingua, della nazione e della patria sarda. Persino Antonio Pigliaru e Michelangelo Pira consideravano l'esercizio della lingua sarda un limite dell'espansione dell'autonomia, una chiusura. Non capivano che la lingua è elemento costitutivo della coscienza e dell'identità nazionale. Oggi, dopo, la fine dell'ideologie totalitarie, l'imperante relativismo dei valori e la sfiducia pressoché totale nel futuro, si registra la crisi e l'impossibilità di creare nuove utopie, nuovi miti e nuovi valori. L'uomo ritorna a ripiegarsi su se stesso per scoprire i limiti della sua condizione biologica ed esistenziale. Si trincera in un agnosticismo critico e sembra ricercare nei tratti universali la sua ragione di vita; afferma i valori della solidarietà, della pace, della fratellanza e della tolleranza come dati minimi per ripartire. Ma questi valori di base ed universali restano senza contesto e senza radici se vengono privati della dimensione di nazione, la quale rimane forse come l'ultima, essenziale speranza di poter creare una nuova identità per il prossimo millennio sulle macerie dei fallimenti epocali degli stati nazionali ancorati a sistemi filosofici, ideologici e politici che negano e limitano l'identità delle nazioni. Di fronte al mutamento, alla crisi ed alla fine di tante ideologie e utopie, dogmi e culture, l'idea di nazione resta e resiste, assume, come ci ricorda spesso Pasquale Zucca "dignità di valore perenne, matrice di cultura e di speranza. Essa è un dato fondamentale nell'antropologia degli individui perché genera il senso della libertà, perché esprime la volontà di vivere e di creare, perché rafforza la consapevolezza della propria specifica irriducibile identità, perché affianca e sostiene altri dati strutturali che hanno resistito fino ad oggi come la solidarietà, la fratellanza e la pietà per i propri simili". Nella storia della Sardegna ha prevalso la continuità strutturale degli stati colonizzati, quella che nelle versioni di destra, di centro ma anche di una componente importante della sinistra oggi nega ai sardi la loro identità di popolo e di nazione, l'uso paritario della lingua sarda, l'autogoverno e l'autodeterminazione, l'esercizio della sovranità sulla propria terra a partire dai beni culturali ed ambientali. L'identità nazionale sarda oggi è parte della questione nazionale sarda che l'autonomismo di sinistra spesso riduce ad autonomia delegata. L'autonomia come autogoverno della cultura e dell'ambiente è nei fatti negata e gli stessi decreti Bassanini come ampio federalismo amministrativo, portano il segno dell'autonomia delegata dall'alto e sono spesso un puro decentramento amministrativo. La Legge 394/91 sui parchi è un altro esempio di negazione dell'autonomia; toglie la sovranità alle popolazioni e agli Enti elettivi di base sul loro territorio per affidarla ad un Ente Parco che risponde al Ministro dell'ambiente sotto il diretto controllo dei partiti. La vicenda del parco Statale della 394 si inserisce nella situazione di estrema debolezza autonomistica delle ultime Giunte Palomba, nella rinuncia del governo regionale di centro sinistra ad ogni istanza di autogoverno di tipo federale sui beni culturali ed ambientali della Sardegna. La vicenda ultra trentennale del Parco è quella di un grande mito metropolitano e statalista creato dalle classi dirigenti del centro-sinistra della Regione e dello Stato nel quadro dei piani di riassetto territoriali neocapitalistico del mezzogiorno d'Italia e delle Isole.

Una rete di 80 parchi e una serie di poli di sviluppo dovevano risolvere la questione meridionale e sarda negli anni '70 e '80 con la politica degli incentivi della Cassa del Mezzogiorno. Nel fallimento dell'autonomia regionale il Parco statale con le sue implicazioni nel rapporto fra natura e cultura, fra modello di sviluppo e identità nazionale, occupa un posto rilevante. Costituisce un valido test di verifica sulla scarsa credibilità culturali e politiche delle classi dirigenti di ieri e di oggi e del loro sostanziale tradimento dello Statuto Speciale e dei valori dell'Autonomia. Eppure sul parco del Gennargentu, come dice Pintore, "la totalità del mondo politico sardo - con un voto di larga maggioranza del Consiglio Regionale - ha invocato l'autodeterminazione, correttamente intendendo che il soggetto titolare di tale diritto dovesse poter esercitare la sovranità nel proprio territorio. La cosa singolare è che, per questa autoctona scuola di pensiero, l'autodeterminazione può essere esercitata singolarmente dagli orgolesi e dai talanesi in quanto tali non in quanto sardi, in quanto segmenti di un popolo e non in quanto popolo. Il che mostra, se non altro, almeno che c'è scarsa conoscenza dei concetti usai". Si può dunque sperare in una dichiarazione di sovranità della Sardegna?. E' assai improbabile: ma, sei mesi prima delle elezioni regionali, è forse possibile mettere in campo un progetto di acquisizione di elementi di sovranità che aprono il cammino al pieno esercizio dei diritti collettivi del Popolo Sardo. Si tratta, come osserva Pintore, "di elementi oggi non pienamente compatibili con l'attuale Costituzione Repubblicana Italiana, ma niente affatto incompatibili con il diritto internazionale cui dice di riferirsi il sistema politico della Repubblica Italiana. E' evidente che lo Stato è obbligato con il diritto internazionale a rispettare ciò che i suoi governi hanno sottoscritto con i patti e trattati internazionali. In questa dimensione, anche uno Statuto di autonomia nazionale, può contenere elementi forti di sovranità: 1) a cominciare dalla titolarità di tutte le competenze e di tutti i poteri, salvo quelli che la Sardegna delegherà verso l'alto attraverso un processo di intesa che è indipendente dalla struttura interna dell'altra entità. Lo stato italiano potrebbe essere interamente organizzato per autonomie regionali o per federalismo regionale e fiscale, ma un rapporto tra Sardegna e Italia dovrà essere sempre un rapporto bilaterale. 2) Il secondo elemento di sovranità è la titolarità piena del parlamento sardo a riformare lo statuto autonomistico e senza incursioni esterne, sia pure nel rispetto degli meccanismi più adeguati a garantire il carattere di patto tra sardi e di contratto costituzionale con terzi. 3) Il terzo elemento è quello del diritto della Sardegna a vedersi restituire quanto durante la comune vicenda con il Piemonte prima e l'Italia successivamente, all'isola è stato sottratto, dalla distruzione delle foreste all'utilizzo delle terre per servitù e basi militari, dall'immigrazione di centinaia di migliaia di sardi alla azioni concrete per sottosviluppare l'economia isolana. 4) Il quarto elemento di sovranità è il riconoscimento della Nazione Sarda e dei suoi diritti, compreso quello di partecipare soggettivamente al processo di unificazione europea e di essere rappresentata autonomamente nelle sue istituzioni. La battaglia per il riconoscimento del sindacato etnico. Dentro questo nuovo contesto e dibattito si va ricollocando la questione del Sindacato Etnico Sardo che, in quanto, parte integrante di un processo di acquisizione di un nuova Coscienza del mondo del lavoro e di lavoratori che credono nella loro appartenenza ad una Nazione sarda rivendicano diritto di rappresentanza e il riconoscimento di essa come "maggiore rappresentatività" allo stesso modo in cui è stata riconosciuta dal decreto legislativo 31 Marzo 1998 n°80 ai sindacati che organizzano i lavoratori delle minoranze linguistiche nella Provincia di Bolzano e nelle Regioni Friuli Venezia Giulia e Valle D'Aosta. Questi sindacati, infatti, per la determinazione della loro rappresentatività nel pubblico impiego non devono riferirsi alla percentuale del 4% della deleghe nazionali , ma detta percentuale è rapportata esclusivamente al numero dei lavoratori applicati nel proprio territorio. Noi della CSS siamo soddisfatti che i nostri fratelli delle minoranze linguistiche abbiano avuto riconosciuto questo diritto. Per questo nella prima giornata del nostro Congresso abbiamo voluto sentire dalla viva voce del segretario Nazionale de SAVT ( Syndicat Autonome Valdòtain des Travailleurs) - Firmino Curtaz - l'esperienza dei lavoratori valdostani. Le loro battaglie e le loro intraprese per raggiungere questo ambizioso obiettivo. Chiediamo con forza e determinazione che lo stesso diritto sia esteso ai sardi, riconosciuti minoranza linguistica a tutti gli effetti dalla Legge 15 Ottobre 1997, N° 26 approvata a larghissima maggioranza dal Consiglio Regionale della Sardegna.

A distanza di 50 anni, anche il parlamento italiano, si accinge a riconoscere questo diritto ai sardi come a tante altre minoranze linguistiche presenti nella Penisola, così come previsto dalla costituzione Repubblicana. Il Senato ha già approvato la Legge sulle minoranze linguistiche; occorre ancora però il voto definitivo della Camera dei deputati, ma , noi sosteniamo che già da ora è possibile che la CSS sia riconosciuta come sindacato etnico e rappresentativo al pari degli altri sindacati. Con un bliz eravamo riusciti, durante l'ultima visita del Presidente Scalfaro a Cagliari in occasione della celebrazione dei 50 anni dall'approvazione dello Statuto Autonomistico, a consegnare nelle sue mani una lettera appello a favore del sindacato etnico sardo. Non è mancata la puntuale risposta del Presidente che ci invita a far pervenire nelle sedi costituzionali le proposte da parte delle forze politiche e parlamentari, quasi a sottolineare la totale assenza di iniziativa da parte delle forze politiche sarde, a cui da questo Congresso rivolgiamo un forte appello, avendo finora avuto la concreta solidarietà e l'iniziativa di una interrogazione scritta al Governo del solo deputato sardo Giorgio Massidda a nome del gruppo parlamentare di Forza Italia, che pubblicamente ringraziamo. SU SVILUPPU Per dare risposte concrete ai circa 18 milioni di disoccupati presenti nei quindici Paesi dell'Unione Europea ieri e l'altro ieri si sono riuniti a Vienna i maggiori leaders politici dell'UE alla vigilia dell'entrata in vigore dell'Euro. Ciò a sottolineare che non c'è sviluppo senza una risposta adeguata al problema del lavoro e dell'occupazione. Questa è la sfida per l'Europa del 2000 che registra tassi di disoccupazione del 9,8%. Questa è anche la sfida per la Sardegna del 2000, il cui tasso di disoccupazione si attesta ormai intorno al 22% (dati ottobre'98). E' nostra convinzione che lo sviluppo della Sardegna non è un fatto puramente economico. Se facciamo l'inventario delle risorse, la Sardegna risulta una regione ricca come potenzialità in quasi tutti i settori produttivi. Ha materie prime e derivate in quantità sufficiente per produrre energia al punto che potrebbe nel giro di pochi anni aver il problema di un eccesso di produzione, quando sarà attivo il Centro di Sarroch di lavorazione dei reflui del petrolio ed il gassificatore che dovrebbe utilizzare il carbone della ex Carbosulcis. I politici giurano sull'accordo per il metano e danno assicurazioni al Nord-Sardegna che o attraverso le navi metaniere o attraverso un metanodotto sottomarino la Sardegna avrà il metano. A noi sorge un dubbio: chi comprerà tanta energia prodotta in Sardegna?. In un dibattito presso la Facoltà di Economia e Commercio di Cagliari alle nostre osservazioni sulla mancanza di un piano energetico regionale l'allora Assessore al Bilancio e Programmazione Prof. Antonio Sassu rispose tranquillizzandoci che l'Enel aveva già acquistato gran parte dell'energia che si produrrà a Sarroch e a Naraxifigus. Noi abbiamo obiettato che oggi esiste una legge nazionale che vincola l'Enel a comprare energia a prezzo bloccato, ma che nulla vieta che detta legge venga superata e che l'Enel possa acquistare direttamente sul mercato nazionale e internazionale a prezzi più convenienti l'energia disponibile. Intanto il nostro caro energia aumenta sempre di più ed i Sardi, come hanno sottolineato i compagni di Sardigna Natzione che hanno clamorosamente occupato la Centrale Enel di Fiumessanto, pagano salata la bolletta di oltre il 40% in più rispetto ai cittadini di ogni altra Regione d'Italia. Abbiamo la risorsa del Sole, dei paesaggi diversificati in zona di montagna, colline e pianure e la grande bellezza del mare - il più bello in assoluto del Mediterraneo anche perché godibile da chi si immerge per le sue qualità cristalline e di temperatura mite e costante. Un territorio a vocazione naturale turistica, dove chiunque avrebbe saputo ricavare ricchezza a piene mani, se solo si avesse avuto l'intelligenza di piani paesistici progettati e discussi con le comunità locali e gli operatori che fanno riferimento a quei territori con vincoli quadro di salvaguardia della natura che non diventassero catenacci e muraglie invalicabili a danno di qualsiasi spirito imprenditoriale che fosse capace di garantire ricadute positive sul territorio non solo in termini di posti di lavoro, ma anche di utilizzo delle risorse locali con una diretta connessione con il tessuto produttivo del territorio ( penso ai prodotti tipici locali della gastronomia, ai prodotti artigianali di ogni tipo, alle guide turistiche e alla valorizzazione dei luoghi intorno all'insediamento alberghiero o del villaggio). Abbiamo la risorsa del mare e del sole come fonte di cura di diverse malattie che altrove - come nella Spagna - è largamente utilizzata in modo organico ed esemplare. Penso alla grande risorsa Archeologica legata non solo alla presenza dei nuraghi, civiltà antichissima e speciale, ma alla Sardegna tutta come un Museo a cielo aperto. E' bastata l'intelligenza di un Sindaco, come quello di Laconi, per attirare sul suo territorio attenzione di studiosi e di pubblico per i menhir ora raccolti in un museo. In Sardegna occorrono guide turistiche specializzate e percorsi turistici complementari o alternativi alle vacanze di solo mare e spiaggia. C'è un turismo legato alla gastronomia della nostra tavola che va incrementato collegando anche con rete informatica le varie Aziende di Agriturismo, gli alberghi e i ristoranti della città e dei paesi.

Abbiamo materie prime che ormai esportiamo in tutto il mondo come il nostro granito e il sughero. Ma occorre fare anche una politica di recupero dei materiali di scarto perché non ha proprio senso che importiamo più del 60% di pietrame dal continente per i lavori stradali; non ha senso continuare a trasportare in continente il materiale da rottamare delle auto e degli elettrodomestici mentre si tiene chiusa la FAS, l'unica fabbrica in Sardegna che soddisfacesse pienamente il nostro mercato interno. C'è la risorsa delle sabbie silicee che avrebbe consentito di aprire in Sardegna una delle più grandi fabbriche del vetro d'Italia e d'Europa. Abbiamo la risorsa del talco, che avremmo potuto sfruttare sia per il settore dei prodotti di bellezza che per tutti gli usi che l'industria elettrica tuttora richiede. Abbiamo la risorsa umana: giovani pronti e capaci a fare ricerca e a studiare, se si dessero loro possibilità reali e prospettive. Abbiamo la risorsa ambientale, non solo per quanto riguarda la natura di cui già abbiamo parlato, ma oggi anche come capacità di recupero dei territori inquinati nelle zone di alto concentramento di discariche tossiche e pericolose, come i fanghi rossi di Portoscuso e Portovesme. Siamo una Regione che non ha saputo ancora spendere i 55 miliardi disponibili per le opere di disinquinamento del territorio del Sulcis, dichiarato ad alto rischio ambientale. Servono figure professionali nuove, diversamente saranno le imprese esterne (continentali ed estere) a vincere le gare d'appalto e ai nostri giovani e alle nostre maestranze resteranno i posti nelle ditte di subappalti, dove maggiori sono i rischi anche della vita. Come dimostra l'ultimo caso del giovane operaio Ignazio Ibba della ditta Eco-tecna, morto negli ingranaggi di un nastro trasportatore, alla cui pulitura lavorava in turno da solo perché la ditta subappaltatrice aveva deciso di risparmiare sulla seconda unità che, invece, era d'obbligo per la sicurezza. Bene ha fatto il Segretario Territoriale della CSS del sulcis-iglesiente Gino Steri a esporre denuncia alla Magistratura contro la ditta per non essere state osservate e messe in atto le norme della Legge 626. Oggi disinquinare può dare lavoro. Per questo dobbiamo batterci perché chi ha inquinato il territorio non sia lo stesso che lucra negli appalti per le opere necessarie di bonifica. Le leggi di tutela ambientale devono essere fatte rispettare ad ogni costo. Le imprese che vogliono stare sul territorio devono smettere di inquinare ed oggi vi sono tecnologie che lo consentono. Esse hanno certamente un costo molto alto, ma mai più alto della salute e della vita degli operai e degli stessi cittadini che vivono in quei territori. La CSS ha solidarizzato e appoggia la lotta degli abitanti di Paringianu. Essi hanno ragione: il gassificatore deve essere costruito a bocca di Miniera e non a ridosso della frazione. Nessuno che non dimostri davvero di ricercare soluzioni comuni e negoziate nell'ambito del nostro territorio può arrogarsi il diritto di contestare la legittima ragione della popolazione di Paringianu e di Portoscuso a rifiutare il ruolo di discarica industriale che, non si capisce per quale ragione la situazione attuale le riserva. Che il territorio di Portoscuso presentasse i segni evidenti del degrado e dell'inquinamento ambientale, provocato dall'attività industriale, era questione assai visibile e quindi nota a tutti. Così come era risaputo che il sistema si reggesse sostanzialmente sul legame, tra le Aziende, le Amministrazioni Locali e la classe politica della zona. Occorre non dimenticare che la quasi totalità delle Aziende presenti nel territorio, erano di proprietà delle Partecipazioni Statali, e nella maggior parte dei casi erano amministrate dalle compagini governative che si sono succedute negli ultimi quarant'anni. Aziende dove era la politica e/o i partiti o i politici di turno a determinare le scelte imprenditoriali secondo le necessità del momento. Un sistema di gestione miope che non era in grado di quantificare l'enorme danno che stava producendo attraverso la compromissione dell'intero assetto territoriale. Intorno a questi temi si è discusso in un interessante convegno promosso dall'Ufficio Studi G.M.Angioy della CSS svoltosi a Carbonia il 5 dicembre 1998 dal tema " Ambiente e salute: da Porto Marghera a Portoscuso" con la presenza di studiosi ed esperti qualificati e dell'On. Giorgio Gardiol della Commissione Lavoro della Camera. Una quantità enorme di dati, frutto di analisi effettuate sulle produzioni agricole e di esami sanitari effettuati su campioni di popolazione residente, consentirono di affermare con buoni margini di attendibilità, che i lavoratori e con loro i cittadini vivevano in un territorio fortemente compromesso dal punto di vista ambientale e sanitario. Furono riscontrati numerosi casi di leucemia, cancro, fluorosi piombemia in percentuali esageratamente alte se rapportate alle situazioni esistenti nelle altre Regioni italiane. Giova ricordare il contenuto del rapporto dell'O.M.S. (Organizzazione Mondiale Sanità) che ha diffuso i dati reali sullo stato della situazione sanitaria delle popolazioni che vivono nelle zone circostanti il polo industriale di Portovesme. Tutto questo mentre le Aziende continuavano a fornire dati e studi che sostenevano che il problema dell'inquinamento non costituiva motivo di preoccupazione. Basterebbe ricordare che i valori dei dati forniti dall'ENEL sulle concentrazioni di S02 erano di quattro volte inferiori a quelli forniti dall'Assessorato all'Ambiente della Provincia di Cagliari.

Oppure l'indagine effettuata all'Alumix dall'Istituto di Medicina del lavoro dell'Università di Cagliari commissionata dall'Azienda. In quella occasione furono effettuate analisi e prelievi dimenticando il particolare non trascurabile che gli impianti erano fermi. A nulla valsero le proteste dei lavoratori e dei delegati sindacali che dovettero scioperare per denunciare pubblicamente la farsa alla quale avevano assistito. Nel 1987 nacque a Portoscuso il Comitato Portoscuso 2000 che iniziò una battaglia, alla quale contribuirono diversi soggetti che in quel momento avevano compreso la portata della questione, il cui obiettivo era sostanzialmente chiaro: impedire a coloro che avevano per anni inquinato il Territorio e a coloro che ne avevano condiviso la scelta di perpetuare la loro azione criminosa. L'azione del Comitato utilizzò lo strumento della pubblica denuncia, le manifestazioni di piazza e gli esposti-denuncia alla Procura Della Repubblica per smuovere una situazione che da subito evidenziò la sua gravità. Allora furono in molti a contestare queste iniziative: le Aziende, una parte di politici collusi, taluni sindacalisti e perfino alcune Amministrazioni Comunali. Sostenevano che quelle battaglie avrebbero causato la chiusura di impianti e delle fabbriche, il blocco dello sviluppo del territorio e il conseguente aumento della disoccupazione. Tutto questo non bastò per fermare quel movimento, che con il passare del tempo è diventato sempre più numeroso grazie ai tanti che hanno capito e preso coscienza di quanto sia importante la salute. Il 30.11.1990 la zona fu dichiarata area ad elevato rischio di crisi ambientale. Successivamente nella G.U. dell'Agosto del 1993 fu pubblicato il Piano di Disinquinamento per il risanamento del territorio del Sulcis Iglesiente. A quel punto furono in molti nel Sulcis Iglesiente a scoprire di possedere una forte vocazione ambientalista, o forse una passione sfrenata per il business che avrebbe comportato il risanamento ambientale di un territorio intero. Infatti, il piano avrebbe dovuto garantire al Territorio un flusso di investimenti di oltre mille miliardi di lire. Purtroppo, nonostante il Piano di Risanamento prevedesse tutti gli aspetti tecnici, le tempistiche dell'intervento di risanamento e perfino i ruoli dei vari soggetti attuatori, a distanza di quasi cinque anni nulla è stato realizzato. Se non pacchi interi di studi e contro-studi lautamente remunerati con i soldi pubblici a professionisti che casualmente erano nel frattempo diventati esperti del settore. Questo lo vogliamo dire con una punta di rammarico perché rappresenta due aspetti negativi della stessa vicenda: il territorio non è stato ancora risanato e paradossalmente da questa situazione hanno tratto beneficio non i disoccupati ma coloro che in precedenza, dipendenti di qualche azienda e con ruoli diversi, hanno contribuito a determinare lo scempio del territorio. A ragione Angelo Diciotti ad affermare nella sua relazione al convegno suddetto: "Non crediamo utile la polemica ad oltranza ma siamo convinti che alle popolazioni, ai giovani disoccupati e a tutti coloro che sperano di poter continuare a lavorare e a produrre, non ha fatto piacere scoprire che lo Stato ha stanziato già da alcuni anni la prima trancia di 55 miliardi di lire e li ha materialmente depositati nelle casse della Regione Sarda, purtroppo inutilmente. La Giunta Regionale non ha avuto idea più brillante in questi anni, che richiedere al Ministero dell'Ambiente, di poter destinare i fondi alla voce di bilancio delle spese correnti. E' una vergogna". Noi della CSS riteniamo ormai improcrastinabile, pur se con notevole ritardo, il passaggio alla fase operativa del piano di risanamento, non concedendo a nessuno, sia esso Azienda pubblica e/o privata di poter utilizzare deroghe a quanto previsto dalla normativa vigente in materia di emissioni e/o stoccaggio degli scarti di produzione. Riteniamo doveroso che il Soggetto Pubblico eserciti il suo ruolo fino in fondo: nel controllo del territorio e delle emissioni; attraverso il controllo della salute della popolazione effettuato da competenti organismi di sorveglianza sanitaria; attraverso la formulazione di un piano territoriale che regoli l'ubicazione delle discariche controllate, per gli scarti di produzione delle Industrie, distribuendone il carico nel complesso del territorio. Esercitare il proprio ruolo non significa però fornire uno spettacolo poco edificante della propria azione come per esempio sta avvenendo sul problema dell'innalzamento del quarto anello del bacino dei fanghi rossi dell'Eurallumina. Da anni era stato stabilito che l'Eurallumina avrebbe dovuto trovare un altro sito nel quale dislocare il bacino/discarica per i suoi residui di lavorazione.

Il risultato è che non solo non si è proceduto in quella direzione ma l'incapacità di decidere e di far rispettare gli accordi da parte dell'Amministrazione rischia di inasprire i rapporti già tesi tra i lavoratori delle fabbriche che considerano a rischio il loro posto di lavoro e le popolazioni che non hanno nessuna intenzione di farsi beffare per l'ennesima volta. Bene farebbe l'Amministrazione ad assumere una posizione intransigente in virtù della quale si decida una volta per tutte che su questioni di primaria importanza come la salute e l'ambiente non è possibile fare sconti a nessuno, neanche a coloro che propongono scambi inopportuni fra occupazione e inquinamento. Per questo motivo occorre richiamare alle proprie responsabilità anche la struttura sanitaria pubblica. La struttura dell'ASL n°7 poco ha fatto, in questi anni, per controllare le Aziende ed il Territorio in maniera efficace ed imparziale. Ancora oggi siamo di fronte ad una struttura che non dispone delle apparecchiature necessarie ad effettuare dal punto di vista tecnico e scientifico i controlli previsti dalla legislazione vigente. E infine la questione relativa al gassificatore. Su questo argomento la Confederazione Sindacale Sarda, confortata anche dallo screening e scoping effettuato dal Gruppo del Prof. Virginio Bettini, in data 8 Novembre 1998, (pagato dai cittadini di Portoscuso e Paringianu) ritiene che costruire il gassificatore a Paringianu (e non a bocca di miniera come previsto nel Piano di disinquinamento GU agosto 1993) sia un ulteriore danno al territorio e ai Cittadini per l'impatto cumulativo che esso avrebbe con le altre fonti d'emissioni presenti nel territorio di Portoscuso. Riteniamo, e lo vogliamo dire con estrema chiarezza, che l'impianto di gassificazione debba essere costruito a bocca di miniera, perché questa scelta tra le altre cose garantirebbe maggiormente l'utilizzo del carbone Sulcis che, sarà bene non dimenticarlo, è l'unico motivo per cui da anni si discute di gassificazione del carbone. Ma allo stesso modo occorre ricordare a tutti noi che non si possono avere le Industrie senza che esse abbiano la possibilità di collocare i loro scarti di produzione, certo in siti idonei che rispettino quanto previsto in materia d'impatto ambientale. Per questo riteniamo che tutto il Territorio del Sulcis Iglesiente, come abbiamo già affermato in precedenza, non possa pretendere che sia ancora e solamente il Territorio di Portoscuso a doversi sobbarcare l'onere di tutte le discariche. E' necessario un atto coraggioso di forte responsabilità da parte degli altri Comuni che devono collaborare in maniera fattiva per la soluzione di questo problema. Forse sarebbe l'ideale che ogni Comune si assumesse una quota parte del problema, per quanti sono gli occupati nell'industria di Portovesme. Perché è vero che a Portovesme i Lavoratori impegnati provengono da tutti i paesi del Sulcis/lglesiente. Vi sono le enormi potenzialità di sviluppo della rete informatica e della rete On-line via Internet. La Sardegna purtroppo rischia di perdere i nodi principali di comunicazione, se dovessero passare le scelte Telecom e delle Poste S.p.A. che riducono la Sardegna ad un'isola telecomandata. Non è soltanto la perdita secca di posti di lavoro che preoccupa, ma la convinzione che perdere la reti primarie significa dipendere tecnologicamente dall'esterno. In un mondo che va sempre più informatizzandosi, occorre opporsi con tutte le nostre forze a questo disegno di impoverimento tecnologico della Sardegna. La Sardegna ha diritto ad avere un Piano Informatico e tecnologico "autonomo" la sua condizione di Isola lo impone; senza queste nuove autostrade informatiche non è possibile lo sviluppo in senso moderno della nostra terra. Abbiamo la risorsa delle lagune tra le più ricche e più belle del Mediterraneo tra cui S.Gilla, Molentargius e Cabras. Abbiamo la risorsa agro-pastorale. Nel nostro 3° Congresso Nazionale presentammo uno studio del prof. Vanni Tola della Segreteria Nazionale sulla "centralità dell'agricoltura e sviluppo dell'industria di trasformazione per la riconvenzione ecologica del modello di sviluppo".

Lo studio è, a distanza di quattro anni, ancora di sorprendente attualità; lo mandammo al presidente della Giunta Regionale e all'Assessore all'Agricoltura di allora, segnalando lo stesso Prof. Tola come esperto del settore, non ci risulta sia stato mai consultato, eppure quell'Assessorato ha speso fior di milioni per studi e progetti rimasti sulla carta. In Italia una reale riforma fondiaria non è stata mai realizzata ed in Sardegna non sono bastati 20 anni per portare a compimento la riforma agro-pastorale, per cui si rendono urgenti radicali interventi di riforma delle politiche per l'agricoltura. L'agricoltura della Sardegna in parte ha le caratteristiche e i difetti dell'agricoltura italiana, ma per altri aspetti se ne differenzia. Per esempio rispetto alle altre regioni italiane in Sardegna la dimensione aziendale media è soddisfacente, risulta quasi il triplo della media nazionale ed appare in sintonia con la media europea. Alcuni economisti azzardano giudizi cautamente positivi affermando che, benché inserito in un contesto economico non particolarmente dinamico il settore agricolo ha saputo mantenere una posizione di un qualche rilievo in termini di beni prodotti e di ricchezza distribuita, realizzando peraltro apprezzabili standard di produttività. Qualche comparto produttivo mostra vitalità e gli indicatori statistici sono positivi ed in crescita. Per esempio il comparto zootecnico e lattiero-caseario, con alcune differenziazioni al proprio interno; così dicasi per la coltura del carciofo, del pomodoro, della barbabietola da zucchero ed altre. Con gli aspetti positivi convivono i "mali cronici" del settore: capacità imprenditoriali degli operatori molto limitata; carenza idrica e scarsa diffusione della irrigazione; mancanza pressoché totale di infrastrutture; scarsissima elettrificazione e penetrazione telefonica nelle aree rurali per chi intende praticare la mungitura meccanica, utilizzare i refrigeratori per conservare il latte nel rispetto delle rigorose norme igieniche imposte dalla CEE; scarse possibilità di comunicazione. Viabilità, trasporti e distribuzione a livelli arcaici. L'industria di trasformazione risulta molto limitata nella diffusione territoriale e nelle dimensioni economiche (con pochissime incoraggianti novità nel comparto caseario e timidi tentativi nel comparto conserviero). Siamo in presenza di un sistema produttivo molto rigido, con una gamma di prodotti vendibili concentrata per 2/3 su zootecnia, carciofo e pomodoro e con ridotte tipologie al loro interno. Un settore economico ricco di contraddizioni ma anche aperto a possibili interventi di trasformazione. Considerare l'ambiente una risorsa strategica, riconvertire il modello di sviluppo tradizionale a favore di una politica attiva di riassetto del territorio e di valorizzazione delle risorse locali deve significare qualcosa di ben definito. Un nuovo modello di sviluppo realmente innovatore in Sardegna si può realizzare soltanto attraverso "UNA NUOVA RIFORMA AGRARIA" che rilanci su basi di efficienza e modernità il comparto agro - zootecnico e favorisca la nascita di industrie di trasformazione e agro - alimentari diffuse nel territorio. Perché la CSS sceglie l'agricoltura in modo particolare e non un altro settore produttivo? Perché l'agricoltura rappresenta in assoluto il settore economico e produttivo che offre le maggiori potenzialità di sviluppo. Si va verso l'apertura di nuovi mercati. Esiste una consistente disponibilità di finanziamenti internazionali e nazionali - talvolta inutilizzati - e progetti parziali di riforma in fase di realizzazione 0 da realizzare (piano pastorizia, piani acque, progetti per la forestazione etc.) che, pur con i loro limiti, costituiscono spezzoni di una possibile riforma già definiti e facilmente attuabili. In Sardegna importiamo frutta e verdura per una quota di prodotto pari alla produzione di 45 mila ettari (Ha). Sarebbe sufficiente mettere a coltura una parte dei 65 mila ettari di terreni attrezzati per l'irrigazione e ancora non utilizzati, per eliminare totalmente la voce importazioni di ortofrutticoli necessaria per soddisfare la domanda interna. La crisi dell'agricoltura sarda è tale che soltanto con un ripensamento globale dell'intervento pubblico del modo di produrre, della concezione stessa dell'operare nel settore, è possibile evitare l'inevitabile emarginazione e la estromissione dal mercato per migliaia di aziende e di operatori che oggi sopravvivono grazie al sostegno pubblico nazionale e comunitario. L'urgenza e la irrinunciabilità della riforma è dettata dalle attuali condizioni uniche e irripetibili per reimpostare l'intero comparto secondo criteri maggiormente rispondenti al moderno concetto di produzione agricola e di industria agro -alimentare. Perdere quest'ultima occasione contribuisce alla ulteriore destrutturazione della nostra agricoltura. Serve a emarginarla come un settore residuale del sistema economico, espellendo dal mondo del lavoro non solo i lavoratori anziani e le piccolissime imprese (di fatto oggettivamente già al di fuori del contesto produttivo), ma anche una forza lavoro giovane e qualificata che ancora opera nel settore primario. Si impone dunque la necessità di una nuova riforma agraria, intesa come processo organico ed unitario dell'intero comparto agricolo, ricusando come inutili e dispersivi i piccoli interventi strutturali di una vecchia politica tampone.

La forestazione, intesa come risorsa può trasformarsi immediatamente in occasione di lavoro mancano all'appello in Sardegna 1 milione di ettari di bosco, ormai andato distrutto dagli incendi che si sono succeduti nel tempo. L'impoverimento delle falde la desertificazione dimostrata dalle foto satellitari, le ormai tangibili modificazioni dei micro climi possono essere bloccati solo rilanciando un grande piano di riforestazione: ciò comporta la creazione di una generazione di tecnici, la presenza sul territorio vigile dell'uomo elemento essenziale per scoraggiare i piromani che il più delle volte agiscono in perfetta solitudine in ampi territori dove non vi è più traccia dell'elemento umano. La forestazione produttiva imporrebbe una reimpostazione delle produzioni agro pastorali che da un aumento volumetrico delle bio-masse, anche alimentari, disponibili, potrebbero limitare l'impoverimento superficiale dei suoli e ridurre, a parità di addetti le superfici occupate. Nascerebbero nuove professionalità: silvicoltura, apicoltura, produzione da essenza da profumeria e alimentari anche pregiate, legname in rinnovazione del patrimonio ( rotazione, taglio, piantagione) , fungicoltura. L'assessorato regionale della Difesa dell'Ambiente spende invece 300 miliardi all'anno senza perseguire alcuno di questi scopi, mentre si pensa a progetti faraonici, introducendo vedette elettroniche, dove sarebbe possibile utilizzare l'uomo, favorendo il lavoro nel territorio, incentivando i giovani che ancora vi abitano a costruire comunità, laddove i paesi, nei piccoli centri, si stanno progressivamente spopolando. Ma la forestazione produttiva darebbe senso anche alla cartiera di Arbatax che, senza il prodotto locale di legname, sarebbe costretta ad importare la materia prima e perciò sarebbe destinata al fallimento senza appello. La politica seria di utilizzo delle nostre risorse in senso produttivo è una delle vie principali per il nostro benessere, per nuova ricchezza e lavoro. Ma tutto ciò non basta. Occorre che rivendichiamo un potere fiscale che ci consenta di esercitare il diritto a percepire l'intero gettito dei tributi economici di pertinenza del territorio locale. Occorre una vera autonomia fiscale e non una negoziazione, come afferma il prof. Gianfranco Cerea dell'Università di Trento, che costringe la Regione ad un continuo confronto con Roma sulle entrate di propria competenza. "La massa di spesa rappresentata dall'attuale bilancio della regione è prossima ai 6000 miliardi. Il costo delle nuove competenze, ovvero delle ulteriori funzioni che potrebbero essere ad essa attribuite, ammonta, su base 1994, a circa 9.600 miliardi di lire, quasi il 50% in più dell'attuale e il doppio al netto della sanità. Occorre però osservare che tale livello di spesa discende, in buona sostanza, da un'aggregazione di voci che non mette in discussione l'attuale ammontare di risorse a disposizione della regione Sardegna. In alternativa si potrebbe ipotizzare che il legislatore nazionale voglia imporre alla Sardegna, come alle altre autonomie speciali, un sistema di quantificazione finanziaria comune a quello delle regioni ordinarie e che rifletta il vincolo di "erogare i servizi di competenza ordinaria ad un livello di adeguatezza medio ed in condizioni di massima efficienza ed economicità" - per usare la terminologia contenuta nella riforma costituzionale.. Che cosa ciò possa significare e comportare è difficile dirlo. Da alcune simulazioni sembrerebbe emergere che l'ammontare delle risorse attribuibili alla Sardegna debba collocarsi su livelli inferiori a quelli prima indicati.. Ovviamente queste valutazioni non includono spese legate ad espliciti obiettivi di riequilibrio infrastrutturale ed economico, quali potrebbero essere quelle cui fa riferimento il piano di rinascita. Inoltre le stime difficilmente sono in grado di tener conto di tutti i maggiori costi "necessari ali 'erogazione dei servizi" che possono realizzarsi in taluni contesti territoriali.E' comunque del tutto evidente che la partita delle autonomie speciali non possa ridursi ad un mero problema di natura contabile. Il futuro dell'autonomia sarda non può in altre parole accettare un sistema che veda il suo livello di compartecipazione al gettito dei tributi erariali allineato, in termini di quote, a quello della Lombardia e dell'Emilia Romagna, integrato poi da un fondo perequativo che, con ogni probabilità, finirà per rappresentare la voce più consistente delle entrate.

La strada da seguire, secondo il Prof. Cerea, è un'altra . La Sardegna registra un prelievo tributario che, sulla base dei dati 1993, è prossimo agli 8 mila miliardi, una somma cioè che, anche tenendo conto degli attuali sviluppi del gettito tributario, non è lontana dai livelli potenziali di spesa che dovrebbero essere riconosciuti qualora sia accolto un disegno costituzionale di ampio decentramento. In questo senso se all'Isola fosse riconosciuto, al pari della Sicilia, il diritto a percepire l'intero gettito dei tributi erariali di pertinenza del territorio locale, l'autonomia potrebbe contare su un flusso certo e non negoziabile, in grado di coprire una quota estremamente ampia dei fabbisogni di spesa. Accanto a ciò potrebbe poi rimanere in vita il Piano di Rinascita, magari riveduto nei contenuti e nelle modalità di quantificazione delle risorse. Sul piano normativo si dovrebbe individuare la strada migliore per conseguire queste importanti garanzie di natura finanziaria. L'adeguamento dello statuto a "quanto è più favorevole" non sembrerebbe compatibile con un simile obiettivo e finirebbe comunque per generare non pochi conflitti e confusioni. Meglio sarebbe prevedere nelle norme transitorie il principio per cui le autonomie speciali finanziano in primo luogo le loro competenze attraverso la devoluzione dei proventi dei tributi erariali riferibili al territorio. La misura delle devoluzione dovrebbe essere totale per Sicilia e Sardegna. Il nuovo statuto potrebbe poi meglio definire e regolare i meccanismi che sono alla base del finanziamento del piano di rinascita. Questo intervento normativo avrebbe il vantaggio di mantenere inalterato lo spirito che è alla base delle norme finanziarie dell'attuale statuto e, al tempo stesso, sottolineerebbe la non estendibilità alle autonomie speciali di meccanismi previsti per le ordinarie. Credo che le autonomie speciali possano e debbano trovare nella riforma della Costituzione il presupposto per una nuova e più incisiva fase della loro vita. Nel momento in cui le "ordinarie" diventano "quasi speciali" le speciali dovranno però saper volare alto e guadagnarsi giorno per giorno la riconferma di quanto in più hanno rispetto ad altri, non sul piano dei principi, ma su quello dei meriti e dei risultati. Conclusioni. Il dibattito che abbiamo sviluppato ieri nella tavola rotonda attorno ai temi della nuova legislazione sul lavoro, sui quali si è soffermato magistralmente il prof. Gianni Loy ci ha consentito di esprimere pienamente il nostro parere sulle modalità con cui si sta trasformando il mondo del lavoro, la qualità stessa di esso, la posizione degli stessi lavoratori e dei soggetti di riferimento delle relazioni industriali . Non è un caso che in questi mesi sia ritornato al centro della discussione il diritto di sciopero e il richiamo forte ad una applicazione più rigorosa delle norme della Legge 146. Il Segretario Generale della CGIL Cofferati è coerente con la linea sindacale confederale degli accordi triangolari governo sindacati, Confindustria dal luglio 1993 in poi, quando propone lo sciopero virtuale nei servizi pubblici e nei trasporti. Coerenti a quella linea e a quel progetto di sindacato di Stato sono le proposte del nuovo patto sociale che prevede di portare i rinnovi contrattuali a scadenza quadriennale; coerenti a quel disegno sono le proposte di reintrodurre le differenziazioni salariali marcate tra nord sud e meridione, facendo confusione tra flessibilità della forza lavoro e riduzione netta del salario reale. Noi della CSS, che conosciamo profondamente la realtà dei lavoratori sardi, non ci lasceremo fuorviare dai sofismi di chi parla di un mercato del lavoro dove ognuno di noi, nel corso della sua esperienza lavorativa, dovrebbe cambiare più mestieri e provare più lavori. Sembriamo in un altro mondo e guardiamo con sospetto chi parla di qualcosa che è molto lontano da noi, dal nostro vissuto fatto a malapena di un lavoro per pochi fortunati, mentre i più restano ai margini e disoccupati. "Durante l'ultima visita, più lunga e ingombrante delle altre, Sennacarib principe padrone delle navi con ancore d'argento e testa equina sgargiante di lini purpurei e violetti, ingioiellato e profumato più delle sue concubine, portò da Tiro, assieme alle solite offerte, la richiesta di sostituire gli attendamenti stagionali con mercati e fondachi permanenti per accumularvi, esporvi e vendervi le sue merci, di poter pagare in moneta i doni dei nuragici, e infine, di poter costruire una grande città per alloggiarvi i mercanti, i loro seguito di famigli e schiavi, gli amministratori del fondaco e per accogliervi successivamente i figli sempre più numerosi e impauriti dai terremoti che frequentemente scuotevano la fenicia. … se c'è una cosa che mai accetteremo - obiettò Nurghulè colpito da repentina premonizione - è proprio il mercato perché non abbiamo nessuna voglia di sottomettere la nostra economia alla sua malvagità.

- E la città - incalzò Gliuc per conto dei guerrieri di Monte Urpinu - non è fatta per noi. Non la vogliamo perché essa è simbolo e giavellotto del potere sovrano del monarca. Da noi, sovrana è la comunità e il nuraghe è simbolo e scudo della sovranità comunitaria. Noi non costruiamo città ma villaggi. La città è ostile alla terra agli alberi agli animali e inselvatichisce gli uomini, pretende tributi insopportabili per accrescere la sua magnificenza. In essa, i topolini che rodono la mente trovano pascoli lussureggianti per ingigantirsi: ambizione e voglia di potenza, invidia avarizia e brama di ricchezze superflue, slealtà odio e inimicizia verso i fratelli. La città crea specie che noi nuragici detestiamo, come i funzionari del tempio e del sovrano, i servi e gli schiavi. Ci porta in un mondo di guerre insensate in cui ogni città combatte contro le altre per dominio e superbia. Sgombra, dunque, i nostri sentieri dai tuoi colori e dai tuoi odori. Vai per la tua strada, fenicio, e che le lingue di fuoco ti accompagnino ( brano tratto dal romanzo "Capezzoli di pietra " di Eliseo Spiga - Zonza editori settembre 1998).

Segretario Generale della CSS Giacomo Meloni




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